Tasso di esposizione Gamma Dorval Asset Management – 5 agosto 2022

Una recessione USA? Ma quale recessione? Il dibattito sul mix di crescita e inflazione nell’economia statunitense continua a tenere banco tra economisti e osservatori, che sembrano incapaci di trovare una visione comune.

La pubblicazione dell’indice ISM dei servizi, che evidenzia una riaccelerazione a oltre quota 56, contrasta con il PMI dei servizi, sceso invece sotto la soglia di 50, spartiacque fra espansione e rallentamento. Il dato essenziale sul mercato del lavoro risulta anch’esso molto robusto: il tasso di disoccupazione si attesta al 3,5% e soprattutto si registra un incremento annualizzato delle retribuzioni orarie del 5,2%. Le previsioni sui rialzi dei tassi da parte della Fed passano da 50 a 75 punti base.

 

C’è di che mettere in dubbio la svolta della Fed e pensare a un prossimo arresto della normalizzazione dei tassi? Nelle ultime settimane gli investitori - per lo meno quelli che non sono in vacanza - si sono posizionati in base a uno scenario “ideale”: atterraggio morbido dell’economia e allentamento delle pressioni inflazionistiche. Il mercato USA ha quindi già recuperato il 50% del calo dal picco di marzo. È realistico?

 

L’attività mondiale rallenta, la Germania, una delle prime vittime della crisi del gas, è probabilmente già in recessione e la Cina, ancora alle prese con una grave crisi immobiliare, ha confermato che non conseguirà l’obiettivo di crescita del 5,5% nel 2022 in occasione della riunione del Politburo, l’organo incaricato della politica economica.

 

Quanto all’inflazione, la progressiva soluzione dei problemi dell’offerta, che spiegherebbero quasi metà delle pressioni inflazionistiche degli ultimi mesi, contribuisce in larga misura alla normalizzazione. Tuttavia l’inflazione core o sottostante, e in particolare quella del settore immobiliare che sfiora il 6%, lascia tuttora presagire un’inflazione troppo elevata ancora a lungo. La variazione dei salari segnalata non è compatibile con il target di inflazione della Fed. Diversi membri della banca centrale USA sono intervenuti negli ultimi giorni per prendere tempo rispetto alla proposta fatta da J. Powell all’ultima riunione e percepita come più accomodante. Le previsioni circa il picco dei tassi passano così da un 3,25% a dicembre 2022 a un 3,75% a marzo 2023.

 

Al momento è quindi difficile dare una risposta netta. Ecco perché teniamo aperti più scenari:

-       moderazione con graduale rallentamento di crescita e inflazione. Praticamente il ciclo di inasprimento, la famosa svolta, della Fed è giunto al termine. Si tratta di uno sviluppo positivo per le azioni, in particolare per i titoli growth USA;

-       recessione con forte rallentamento dell’attività, netto incremento del tasso di disoccupazione e diminuzione dell’inflazione. La Fed è costretta a interrompere il ciclo di rialzo dei tassi. Evoluzione positiva per le obbligazioni governative;

-       surriscaldamento con lieve rallentamento dell’economia e inflazione troppo elevata. La Fed è costretta ad accelerare l’inasprimento delle condizioni monetarie e a provocare una recessione. Scenario negativo per le azioni e per il mercato del credito.

 

Nelle prossime settimane avremo la netta sensazione di navigare a vista con il rischio di vedersi materializzare scenari economici diametralmente opposti. In questa fase vi sono tuttavia dei segnali di moderazione e noi propendiamo per un’esposizione azionaria ancora moderata in linea con i rischi dei nostri vari fondi. Ci teniamo alla larga dai tassi, che sono onerosi e penalizzati dai recenti dati economici. Monitoriamo con attenzione l’andamento dei principali indicatori al fine di calibrare man mano le nostre esposizioni.

 

 

 

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