Alla luce degli shock derivanti dalla guerra e dell’evoluzione dei tassi è preferibile semplificare l’allocazione - DORVAL'S MACRO CORNER (Marzo 2022)

« Adattare le conoscenze economiche alle realtà dei mercati, sfuggendo alla dittatura degli indici »
François-Xavier Chauchat
Membro del Comitato di investimento, economista e strategist

La Russia e l’Ucraina non hanno grande peso nell’economia mondiale, la crisi ucraina quindi si trasmette principalmente tramite i prezzi e la disponibilità di materie prime. A breve termine, la crisi energetica si tradurrà in un rallentamento della crescita e in un aumento dell’inflazione. L’Europa, dipendente dal gas russo, è particolarmente esposta, mentre l’economia americana appare più protetta in virtù dell’indipendenza energetica. Siccome molti Paesi non partecipano all’imposizione di sanzioni, gli acquirenti per il petrolio russo non dovrebbero mancare e di conseguenza il prezzo al barile dovrebbe mantenersi sotto i 120/130$. In tal caso la crisi ucraina sarebbe gestibile, senza contare che data la riapertura in atto l’Europa entra in questa fase con un momentum economico favorevole e finanzia dei piani per accrescere la resilienza. D’altro canto, il caos lungo le catene produttive aumenterà considerata la reintroduzione di misure di lockdown in Cina.

 

Uno dei cambiamenti più significativi riguarda l’atteggiamento delle banche centrali, non più propense ad assorbire tutti gli shock. Le autorità monetarie sono impegnate nella lotta all’inflazione e solo dei rischi concreti di recessione potrebbero farle deviare. La Banca centrale europea ha avviato la riduzione degli acquisti di asset malgrado la situazione in Ucraina e la Federal Reserve statunitense non nasconde più la ferma intenzione di rallentare l’economia al fine di evitare un ulteriore surriscaldamento. Le relazioni tra crescita, inflazione e tassi di interesse appaiono quindi estremamente instabili. Siamo giunti alla conclusione che non è più possibile investire nei mercati obbligazionari mondiali. Le obbligazioni infatti appaiono molto onerose dati rendimenti reali (al netto dell’inflazione) negativi anche nel caso dei titoli corporate.

 

Nell’attuale contesto globale complesso, le borse mondiali hanno evidenziato una flessione, ma non si può certo parlare di crollo. Secondo noi la resilienza delle azioni deriva dall’evoluzione di valutazioni e posizionamento sul mercato da un anno a questa parte, in entrambi i casi a livelli più ragionevoli. All’euforia di inizio 2021 sono seguiti il netto ribasso dei principali beneficiari della Covid (biotech, ecc.), il bear market in Asia (-50% dell’MSCI China!) e infine la correzione delle valutazioni delle large cap growth a partire da novembre 2021. Nel complesso i P/E mondiali si sono normalizzati e di conseguenza l’attrattiva delle azioni rispetto alle obbligazioni è aumentata ancora. Per di più le azioni sono asset “reali”, vale a dire che in generale gli utili delle aziende seguono l’inflazione.

 

In tale contesto, riteniamo che nei fondi internazionali valga la pena di semplificare l’asset allocation limitandosi a investire in azioni e strumenti liquidi. Infatti, vista la situazione odierna i mercati obbligazionari e valutari dei Paesi periferici sembrano troppo rischiosi. La nostra esposizione è incentrata sulle azioni dei Paesi avanzati. Il nostro metodo di equiponderazione delle azioni ci garantisce un’ampia diversificazione a livello settoriale e geografico; deteniamo ad esempio una consistente esposizione al Giappone (con copertura contro il rischio di cambio), un mercato caratterizzato da valutazioni contenute e da tassi stabili. Infine guardiamo ancora con favore al tema della transizione energetica, che acquisirà più rilevanza in seguito alla crisi ucraina.

 

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