Tasso di esposizione Gamma Dorval Asset Management – 28 gennaio 2022
Nel suo discorso, Jerome Powell ha usato toni più duri parlando dell’inflazione e ha ammesso che la Fed può dare un contributo solo parziale alla soluzione del problema. Data una politica monetaria meno accomodante e più dipendente dai dati macroeconomici negli Stati Uniti, gli investitori temono un inasprimento troppo brutale delle condizioni finanziarie.
Sebbene il governatore della Federal Reserve abbia ribadito che il mercato del lavoro negli USA appare solido e l’approccio monetario del “costi quel che costi” debba logicamente essere modificato, a far notizia è soprattutto l’eventuale mancanza di gradualità. Il FOMC pubblicherà le prossime previsioni alla riunione del 16 marzo (non ci saranno incontri a febbraio) e allora potremo avere qualche indicazione in più sulla traiettoria preferita dai suoi membri. In ogni caso, Powell ha già chiarito che l’inasprimento molto graduale del periodo 2015-2018 non sarà indicativo viste le differenze in termini di tassi di disoccupazione e inflazione di partenza. Nell’immediato i mercati dei tassi hanno reagito scontando 5 rialzi di 25pb da qui a fine anno che farebbero salire il tasso di riferimento all’1,25% (grafico 1).
Cinque rialzi di 25pb previsti per il 2022
aiettoria dei tassi USA a breve / Traiettoria scontata 6 mesi fa
Al contempo, da diversi mesi osserviamo uno sgonfiamento delle bolle di valutazione localizzate (tecnologie verdi, titoli tecnologici USA non redditizi, biotech…). Sino all’inizio del 2022 tale processo era passato relativamente inosservato. D’ora in avanti si porrà la questione del contagio ai titoli growth nel complesso e, ancor più in generale, all’insieme del mercato finanziario. Vi sono diverse correnti di pensiero.
Da un lato, alcuni pongono l’accento sul carattere ordinato della flessione delle valutazioni. Per il momento non si registra una tensione finanziaria generalizzata (grafico 2). Gli spread creditizi si ampliano, in particolare nel caso delle obbligazioni societarie di qualità inferiore, ma sono ben lontani da livelli di crisi. I mercati emergenti, ritenuti i più sensibili all’inasprimento della politica monetaria americana, non risentono oltre misura del significativo apprezzamento del dollaro USA contro euro, yen e dollaro australiano.
Calo delle valutazioni in assenza di tensioni finanziarie degne di nota
Indicatore di stress finanziario della Fed di S. Louis
Indice
Dall’altro, certi osservatori attribuiscono l’assenza di tensioni alla compiacenza degli investitori e attendono segnali più tangibili di “capitolazione” prima di tornare a incrementare l’esposizione al rischio.
Per ora, a nostro avviso, siamo in presenza di un calo delle valutazioni e di un posizionamento eccessivo su segmenti rilevanti in termini di capitalizzazione. Di conseguenza, allo stadio attuale l’aumento dei timori non ha un impatto degno di nota sull’economia reale. Pertanto, lo scenario di rischio che prevede una frenata troppo decisa da parte della Federal Reserve appare più probabile, ma non dominante. L’aumento della volatilità ci induce a mantenere un’esposizione moderata ai rischi nell’ambito delle nostre allocazioni.

