Tasso di esposizione Gamma Dorval Asset Management – 14 gennaio 2022
Le recenti dichiarazioni dei membri della Federal Reserve lasciano presagire tre rialzi dei tassi nel 2022, ma non si escludono ulteriori inasprimenti ove necessario. Gli ultimi dati d’inflazione mostrano un rallentamento delle variazioni mensili (grafico 1), che resta comunque insufficiente. È inoltre possibile che le statistiche di dicembre abbiano risentito dell’impatto della variante Omicron sull’economia.
Leggero rallentamento dell’inflazione USA a fine 2021
Variazione mensile in %
Prezzi al consumo / Media di 4 parametri di inflazione sottostante
Ma il nuovo scenario della Fed è compatibile con la sua linea ormai apertamente anti inflazione? Se la banca centrale volesse adottare una politica davvero ortodossa parlerebbe di un inasprimento dei tassi decisamente più significativo date la disoccupazione inferiore al 4% e la crescita salariale. La linea attuale non è quindi percepita – almeno sinora – come atta a innescare un sensibile rallentamento dell’espansione. Sembra che a parole la Fed voglia stabilizzare le attese d’inflazione a medio termine mentre con i fatti intenda semplicemente porre fine al regime del “costi quel che costi” del biennio 2020-2021. Con ogni probabilità la banca centrale USA conta anche sul fatto che l’aumento dei prezzi ha per natura un effetto stabilizzatore sulla domanda; di conseguenza si assisterà a una diminuzione delle pressioni inflazionistiche senza che la Fed, con la sua politica, provochi una recessione. Da ultimo l’autorità monetaria fa affidamento su un’attenuazione delle strozzature lungo le filiere e sulla decelerazione dei rincari delle materie prime. I mercati obbligazionari sembrano dare ragione alla Fed, almeno per ora (grafico 2).
Stabilizzazione delle attese d’inflazione negli USA da metà novembre in poi
_Breakeven a 2 anni delle obbligazioni indicizzate all’inflazione
Breakeven a 10 anni delle obbligazioni indicizzate all’inflazione
Breakeven a 5 anni delle obbligazioni indicizzate all’inflazione
Percentuale_
Da giugno 2021, mese in cui il Presidente della Fed Jerome Powell ha inasprito i toni, l’adeguamento delle dichiarazioni e della politica della Fed non ha avuto un impatto degno di nota sui principali indici dei mercati azionari (grafico 3). Senza dubbio dall’estate 2021 in avanti si è registrato un leggero rallentamento e la volatilità è lievemente aumentata, ma possiamo affermare senza timore di smentita che il deterioramento sulle borse è ascrivibile alla diffusione delle varianti Delta e Omicron. Come dimenticare poi le variazioni (imprevedibili?) del sentiment degli investitori verso le large cap di qualità. Determinare l’effettivo impatto della svolta monetaria quindi è tutt’altro che semplice.
Difficile determinare l’impatto della variazione dei toni della Fed sugli indici dei mercati azionari
_MSCI World / Media mobile a 200 giorni
Fed in modalità “costi quel che costi” / Fed in modalità “inasprimento progressivo”_
Come avrete notato, l’inizio del 2022 è stato caratterizzato da numerose rotazioni. Gli investitori appaiono fiduciosi circa la durata dell’ondata epidemica in corso, un fattore che sostiene i titoli ciclici. Al contempo, diminuisce l’interesse per i “titoli sicuri”, autori di un forte rally nel secondo semestre 2021. Non sappiamo se l’attuale rotazione proseguirà o si arresterà a breve, ma gli sviluppi futuri non sono cruciali per la nostra allocazione, tuttora ampiamente diversificata.


